A mani nude : la mia recensione “psicologica” del romanzo d’esordio di Filippo Gatti

Se devo dare una definizione del romanzo direi che “colpisce”, ma non in senso generico, ma in senso reale. Le prime righe/capitolo sono un pugno sullo stomaco. Non ti aspetti un linguaggio così crudo, non ti aspetti descrizioni ardite ancora prima di capire dove siamo e di chi stiamo parlando. L’autore non ti chiede permesso, ti si scaraventa addosso. Ti obbliga ad ascoltare il suo racconto/confessione e ti trovi così senza fiato fino al capitolo seguente dove sebbene si parli di un omicidio efferato tutto è raccontato in modo più placido e finalmente ti rilassi. (sembra quasi un controsenso!)

Per gran parte del libro leggiamo due racconti separati: con due diverse velocità e con due diversi modi di parlare. Da lettore ero certa che, ad un certo punto, le due storie si sarebbero intrecciate, ma sembrano quasi scritte da due persone diverse.

La durezza del parlare (e del pensare) del personaggio principale si sovrappone ad un modo di fare delicato quasi compiacente (con la psicologa e con Layla due altri protagonisti del racconto) anche se sempre abbastanza manipolatorio.

Nella parte dedicata alle indagini della polizia il racconto è completamente diverso: i personaggi sono ben descritti con pochi accenni e vanno a coincidere con l’immaginario di chi come me non ha dimestichezza del mondo delle indagini, ma solo attraverso le serie televisive.

Ad ogni modo i personaggi sono rigorosamente del sud (tra la Puglia e la Sicilia) raccontati attraverso i classici stereotipi. Ho scoperto parlando con Filippo che sono realmente esistiti e sono ben descritti anche se ho trovato una curiosa correlazione con quelli raccontati da Camilleri nel commissario Montalbano con tanto di Generale /Questore impelagato politicamente, persone che fanno il loro dovere Maresciallo/ Commissario, con tutte le loro debolezze personali che li rendono autentici, ed abbiamo anche un appuntato/Catarella esperto in informatica. Curiosa davvero visto che l’autore non ha mai letto un romanzo di Camilleri!! Speriamo che questo sia di buon auspicio per lui!

Il racconto è molto pulito le scene, anche le più terribili, non colpiscono il lettore quanto le precedenti descrizioni: sembrano quasi volutamente soft. L’alternanza del racconto ti fa arrivare a tirare un sospiro di sollievo quando arrivi alle parti delle indagini!

Il personaggio della psicologa è assolutamente credibile ed umana fino alla fine. Viene descritto il rapporto terapeutico con le mille sfaccettature con odio e amore, riconoscenza e voglia di rivalsa, cercare di nascondere ed essere puntualmente scoperti… C’è una doppia visione dalla parte del protagonista e della psicologa.

“La sua capacità di mettermi dolcemente spalle al muro e provocare la confessione delle mie paure più recondite, dei miei segreti più nascosti, era la sua arma segreta per vincere le mie resistenze. Non avevo scampo, dovevo liberarmi e sarebbe stato inutile farlo alla mia maniera, ovvero reticente, incompleta, lacunosa. Dovevo vuotare il sacco, fino all’ultimo…”

La escort Layla (perché per forza dell’Europa dell’est? Altro stereotipo?)  l’autore la descrive attraverso l’abbigliamento (tacchi alti e gambe accavallate che fanno girare la testa, altro stereotipo maschile) e cerca di renderla umana attribuendole sentimenti che però vengono descritti in modo superficiale e scontato, e attribuendole tratti nevrotici (pulisce sempre gli oggetti per pulire se stessa?). Molto bella la descrizione attraverso le immagini della sua vita che scorre sul vetro del finestrino del treno e la scelta (obbligata?) della professione.

Ma si evidenzia anche una non reale conoscenza del mondo femminile a livello profondo, ma a Filippo lo concedo… è un uomo!  Non le viene data una via d’uscita, neanche alla fine. Sarà legata/manipolata fino alla fine dei tempi? Anche se lei smette il mestiere? Amore malato.

Si sente che è un racconto autobiografico ed incontrandolo ho capito quanto autentico sia. L’uso dei tanti stereotipi è tipico di questi racconti che seguono una sorta di valanga di emozioni e diventano parole scritte, in questo caso sulle note dell’I-Phone! Solo quattro mesi per scriverlo. Nel suo momento più buio. Una valenza terapeutica che lo ha obbligato a scendere a patti e fare pace con se stesso.

Luoghi ed emozioni reali quindi, molti fatti chiaramente romanzati, ma il bisogno dell’autore non è esaurito e sono già pronti altri due romanzi. Ciò evidenzia una necessità di sfogarsi, liberarsi dei suoi demoni interiori condividendoli con i lettori (o manipolandoli?).

 

 

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