Festeggiando i 15 anni del MAXXI immersa nell’arte

Venerdì 30 Maggio 2025 si sono festeggiati i 15 anni del MAXXI. Dalle 11:00 del mattino fino alle 23:00 è stato possibile accedere a tutte le mostre del museo e dalle 18,00 ad accogliere gli ospiti anche un DJ Set accompagnato da food truck e drink station fino a chiusura.

Mi sono tenuta libera la mattinata per vivere l’arte jn un’atmosfera giocosa e senza limiti di tempo. La scelta davvero ampia : Collezione MAXXI. The Large Glass, Something in the WaterStop Drawing. Architettura oltre il disegnoStadi. Architettura e mitoDouglas Gordon. Pretty much every film and video work from about 1992 until now’ish…Nacho Carbonell. Memory, in practiceIn viaggio per l’arte. La Galleria Pieroni 1975 – 1992Il Foro Italico di Enrico Del Debbio.

Ci sarebbe da raccontare tantissimo, e molte cose tecniche le ho trovate scritte sul sito ufficiale e sui pannelli esplicativi* (evidenziate in neretto) e quello potete farlo anche da soli, quello che voglio raccontare sono le emozioni provate in alcune mostre che rimarranno indelebili nella memoria.

Tutto inizia dall’ingresso e già immagino che diciate ebbene? Da dove vorresti cominciare? Sembra scontato ed invece no. La hall poteva solo essere uno spazio anonimo da cui partivano le varie sale e gallerie ed invece no. La Hall già bastava per rimanere incantata.

Già da tempo l’ingresso del Museo viene trasformato in uno spazio di sperimentazione per installazioni ambientali e interattive dove sostare in dialogo con il design contemporaneo. Il programma si chiama ENTRATE ed è attivo dal 2023

Vi assicuro che non si rimane indifferenti e poi? Non avete mai sognato di entrare in un’opera d’arte? Io che adoro i musei interattivi perché mi piace “toccare tutto” (adoro esplorare anche con le sensazioni tattili che mi trasmette un oggetto e non sempre è permesso!), ma sedersi all’interno è davvero incredibile. Vi parlo delle opere di Nacho Carbonell artista a me sconosciuto, ma che ho scoperto essere un designer spagnolo attivo a Eindhoven, che lavora con materiali naturali associati a tecniche sperimentali. Per la hall del MAXXI, Carbonell ha pensato un grande albero di 7 metri di altezza, sotto e dentro il quale si crea un ambiente da esplorare e vivere avvolti dalle luci e dalle chiome realizzate con reti da pesca, cui sono associati oggetti e arredi fruibili da tutti.

L’albero è formato da veri pezzi di tronchi che il Comune di Roma ha donato all’artista dopo le varie potature e i vari “rami” sono realizzati tutti con materiali di recupero. Di quest’opera mi è piaciuto tutto: il risultato (ovvio), i materiali, l’idea alla base, la posizione…se era più piccola mi sarebbe piaciuta in giardino!!

L’altra mostra che mi ha entusiasmato, e se me lo avessero detto gli avrei dato dei pazzi è stato STADI! Non sono una gran amante del calcio, non ho mai visto una partita di pallone in uno stadio e il mio interesse è relegato agli anni “80 anzi “82 in cui l’Italia ha vinto i Mondiali con tutto ciò che ha comportato dal sentirsi parte di qualcosa, nello sventolare le bandiere, nel vedersi con gli amici per tifare (altri tempi! Per me chiaramente!) quindi non avrei mai detto che una mostra dedicata agli stadi mi avrebbe così preso. In realtà c’è tanta storia dietro al concetto di stadio dai tempi degli antichi greci e romani (anche il Colosseo è uno stadio se ci pensate!) fino ad oggi. Attualmente il concetto di stadio come luogo per accogliere le manifestazioni sportive è sorpassato e non è inusuale utilizzarlo ad esempio per dei concerti. Ora lo diamo per scontato, ma lo sapete quando uno stadio è stato utilizzato per la prima volta per un concerto? Era il 15 agosto del 1965 e sono stati i Beatles, presentati da Ed Sullivan, ad esibirsi allo Shea Stadium di New York! Una vera e propria data storica. Modellini e progetti di stadi di tutto il mondo hanno evidenziato i cambiamenti dei concetti di materiali, accoglienza e sicurezza. Poi foto d’epoca, spezzoni di partita all’interno di una “porta”, veri sedili dove leggere riviste relative agli stadi; insomma un tutto nella storia ed una proiezione nel futuro.

La MostraStop Drawing. Architettura oltre il disegno può essere riassunta dalle parole di Mario Carpo che nel 1988 ne L’architettura dell’età della stampa scriveva: L’architettura è un insieme di oggetti costruiti, ma è anche una disciplina tecnica: un insieme di esperienze più o meno modellizzate o formalizzate (trasformate in modelli o in regole) che esistono solo se possono essere registrate, accumulate e trasmesse.

Questo processo dipende sempre in una certa misura dagli strumenti e dai vettori (mezzi, o media) di registrazione e di trasmissione; questi mediatori tecnici cambiano nel tempo, e come è stato dimostrato dalle scienze dell’informazione, nessun mezzo di comunicazione è universale, nessuno è neutro.

MOSAIK  è una delle opere che prendeva gran parte della parete era molto confusa da lontano e man mano che ci si avvicinava si potevano vedere gli infiniti tasselli che la componevano.Questa la chiave di lettura: SPAN (Matias del Campo & Sandra Manninger) Mosaik, 2023

L’aspetto di Mosaik è quello di un semplice gradiente di colore, una transizione visiva fluida su una grande tela retroilluminata. Avvicinandosi, l’illusione lascia il posto alla complessità. Il gradiente è composto da migliaia di singole immagini, ognuna creata da diversi modelli generativi di Al. Mosaik richiama l’attenzione su un principio fondamentale dell’architettura e della computazione: la relazione tra la parte e il tutto.

Così come gli edifici emergono dalla combinazione di elementi discreti, Mosaik è costruito da un vasto insieme di singole unità visive. Questi frammenti, ricavati da processi algoritmici, vengono ristrutturati in una superficie unificata. Mosaik diventa una meditazione sulla logica stessa dell’intelligenza artificiale.

Something in the Water è visitabile fino al 17 agosto tra arte e lotta contro i cambiamenti climatici è una mostra profonda che lascia spesso senza parole, ma con tanti interrogativi vi lascio le parole del curatore:

Something in the Water è un nuovo capitolo del progetto

Water School di Oscar Tuazon che esplora le dinamiche di potere che regolano l’accesso alle materie prime del pianeta. I suoi progetti architettonici – spesso evocativi delle architetture sperimentali – sono spazi di collaborazione e apprendimento, luoghi per lavorare con altri artisti o con il pubblico stesso. Al MAXXI le opere di Tuazon si confrontano con quelle di quattordici artisti e la sua nuova produzione Ocean Pavilion, si pone come un dispositivo fisico e un attivatore di coscienza in cui l’acqua rappresenta un filtro attraverso cui vedere il mondo. A partire dalla suggestione visiva del tracciato del fiume Tevere, le opere abitano in galleria le anse immaginarie del fiume. Il tema dell’acqua entra in mostra tracciando il ruolo che essa occupa nella nostra vita economica, politica e sociale.

Secondo la visione di Tuazon per poter lavorare con l’acqua, dobbiamo dimenticare chi siamo. L’acqua ci precede nella consapevolezza: un corpo privo di confini che ingloba i nostri corpi.

Possiamo alterare l’acqua? No. L’acqua ha resistito ai nostri continui tentativi di dare forma alla materia. Non sorprende, dunque, che essa sia forse il mezzo più essenziale per gli artisti: uno specchio allo stato puro. E questa la promessa fatta dall’acqua: il vuoto informe ove gli oggetti sembrano per un istante galleggiare, prima di scomparire.

Essere un artista che indossa i panni di curatore significa insistere sul fatto che la relazione tra le varie opere in mostra non è di natura concettuale, ma funzionale: l’opera è chiamata a presentare un’immagine onirica con l’auspicio di rivelarne l’incompletezza.

L’acqua è qui considerata come veicolo capace di raccordare una grande eterogeneità di opere che attraversano generazioni e geografie diverse, e che affrontano temi che spaziano dall’attivismo, la precarietà della vita, il riuso e l’espropriazione delle materie prime, fino ad affrontare storie di pratiche indigene e a raccontare la potenza delle forze della natura o la fascinazione del paesaggio.

Something in the Water trae origine dalla condizione esistenziale del museo nella sua vacuità: un vuoto che viene continuamente colmato e svuotato, affermando così come lo stato ontologico della mostra sia il nulla. Analogamente a un fiume: sempre bagnato, mai immobile. Qui sussistono le condizioni necessarie alla vita.

 

Non vi resta che andare a vedere queste mostre e magari raccontarmi cosa vi ha coinvolto di più.


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