

Si è conclusa il 2 giugno scorso l’esposizione de : “Il Cammino di Speranza a Roma” che ha visto due grandissimi della pittura protagonisti: Rembrandt e Burnand.
Solo due le opere esposte, ma di grande impatto visivo nella Chiesa di San Marcello a Largo Marcello in zona via del Corso che negli ultimi tempi ha ospitato opere interessanti visibili gratuitamente e rese fruibili a tutti.
Per chi non avesse avuto modo di vedere le opere ecco un assaggio e le relative descrizioni tecniche. Buona lettura/visione.


LO SGUARDO SPIRITUALE
Il primo istante dell’universo fu una profezia.
Secondo le Scritture, computando all’indietro dal sabato, settimo giorno, s’approda al primo, quando le tenebre ricoprivano tutto, e tutto era ancora niente:
d’improvviso, la voce di Dio, scerpando l’oscurità, all’essere convocò la luce. Era domenica.
Allora il mondo gemmava da un ramo di silenzio ma non poteva ancora fiorire, perché le trame del buio non perdonano il reato di vivere né quello di amarsi, e tentano di vendicarsi o di renderci oscuri, e senza sosta sigillano sepolcri.
Così, ad ogni tramonto la creazione indossa l’abito nero che le stelle trapuntano come brillanti su vasto velluto, e a dispetto dell’apparente quiete il lutto squassa le viscere della notte.
Ma l’intera storia non fu che una notte di attesa, soltanto. E poi fu mattino.
Dopo il settimo, nel giorno nuovo il mondo fiorì finalmente, come in principio quando la luce fu, alle prime luci dell’alba, alle vampe di un cuore calpestato a morte, quello di Gesù di Nazaret, che balzò infuocato e vivente fuori dal sepolcro scavato in un giardino oltre le mura di Gerusalemme.
Da quel giorno, da quando Cristo è risorto, ogni volta che al risveglio vediamo il cielo accendersi di fulgore è giusto avere un sorriso di bambini, e il presentimento del Paradiso.
Lo sapeva, Eugène Burnand, quando dipinse i discepoli Pietro e Giovanni che corrono al sepolcro di Cristo all’alba di quella domenica:
perciò intinse il pennello non tanto nel colore quanto nello splendore, lo purificò nelle lacrime della gioia e della preghiera, e sulla tela lo lasciò colare incandescenze che impregnassero d’oro il paesaggio facendone un presagio che gronda speranza.
DENTRO IL CAPOLAVORO
Quando Eugène Burnand (1850-1921) dipinse questo quadro aveva 48 anni.
Nato nella Svizzera francese, in una famiglia protestante del Canton Vaud, uomo di profonda fede, si sentiva lontano dal modernismo fauves o cubista e rifuggiva al tempo stesso tanto la pittura di paesaggi o salotti alla ricerca di emozioni superficiali, quanto quella di protesta sociale.
Per lui, l’arte è introduzione dell’uomo al senso della realtà e al mistero di Dio che ci parla attraverso la creazione e gli eventi.
Perciò egli imbocca in pittura la strada del realismo mistico.
In questo dipinto, Burnand coglie inquietudini, offre paesaggi incantati.
indaga nella Sacra Scrittura la verità storica che essa contiene.
A proposito dell’opera, Burnand scrive a un suo confidente:
«Ho cominciato una tela che mi appassiona… il cui soggetto mi era stato suggerito dalla visione di un paesaggio impressionante durante un soggiorno a Roma nel 1877».
Il miracolo di quest’alba radiosa nasce dunque da quel ricordo e dal desiderio di suggerire che il momento in cui la luce pone fine alla notte
è un commento del cosmo alla risurrezione di Cristo.
Poi l’artista ebbe la brillante idea di collocare la meta degli sguardi dei discepoli fuori campo, mostrandoci nei loro occhi ansia e meraviglia, come già vedessero la tomba di Cristo effettivamente aperta e vuota, e Lui vivo!
Nelle loro fisionomie si colgono i segni delle ore precedenti, convulse e tremende per la morte improvvisa del Maestro e per lo smarrimento in cui era sprofondata la compagnia dei suoi amici.
Non è irrilevante la direzione in cui i due apostoli stanno correndo: da destra a sinistra, la stessa direzione della scrittura ebraica.
Si inizia a scrivere la storia nuova dell’umanità.
O forse, per gli occidentali, che scrivono nell’altro senso, si va controcorrente.


LO SGUARDO SPIRITUALE
Quando il sole cala in lontananza dietro il profilo dei monti o del mare, accende l’orizzonte di vampe infuocate, stendendo oro e stralci di rosso che sembrano bruciare in un ultimo spettacolo la gloria di ogni giornata.
Poi sopraggiunge la sera, quando più acutamente s’avverte il pungolo dello sfinimento per il cammino compiuto e il bisogno di un conforto.
Se in quell’ora s’aveva solitamente anche in casa qualche fuoco da accendere per aspettare qualcuno, o riaprendo la porta qualcuno aspettava noi, abitare ancora la stessa ora e lo stesso spazio senza più nessun’altro, ci smarrisce tra ricordi su strade lontane e indimenticate nel desolato paese del cuore. E la nostra vita è piena di vuoto.
Vi è una pagina delle Sacre Scritture in cui questa situazione viene ribaltata.
Nel Vangelo secondo Luca (24, 12-35) si conserva memoria di quanto accadde a due tra i discepoli di Gesù, nel giorno della sua risurrezione.
Al principio della domenica le donne tramortite dalla visita alla tomba riferirono d’averla trovata violata e senza le membra trafitte del Maestro, mentre messaggeri balzati dal cielo affermavano che Lui fosse vivo.
Quei due viandanti, notando come il clima della compagnia si era fatto confuso, partirono verso il villaggio di Emmaus, a sette miglia da Gerusalemme.
E mentre per via, mesti e vuoti, procedevano a rovescio su strade percorse settimane prima nell’euforia di grandi attese, si accostò loro Gesù, vivo, rileggendo i fatti accaduti alla luce della Parola di Dio.
I due viandanti, affascinati da quel compagno che non avevano riconosciuto, lo invitarono a restare, a cenare con loro. «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui spari dalla loro vista».
Ecco il momento inafferrabile che ci presenta La cena in Emmaus di Rembrandt.
DENTRO IL CAPOLAVORO
Quando Rembrandt, a ventitrè anni, intorno al 1629, prende il piccolo foglio di carta, montato su una tavola di legno, su cui si accinge a stendere La cena in Emmaus, l’Olanda aveva inventato un suo Barocco, religiosamente denso di raccoglimento.
La pittura entrava nelle case, anche povere – perciò i quadri erano piccini – e parlava di Dio che si è fatto piccolo per entrare nelle case, nelle vite, nella quotidianità, anche la più spoglia e dimessa, dove Lui può cambiare tutto.
Rembrandt ci porta nella locanda di Emmaus e sottovoce l’immagine ci trapassa.
L’ambientazione è estremamente frugale, come i colori. Sulla mensa poco per cenare; e non mancano elementi in equilibrio precario, che sporgono oltre il bordo, un richiamo simbolico alla condizione instabile della nostra esistenza fragile.
Sullo sfondo, una donna rimane estranea all’evento miracoloso: come noi spesso ad un passo dalla grazia, eppure a volte così distratti o ciechi.
Tuttavia, la locandiera sta lavorando, la sua figura è inclinata come quella di Gesù e come Lui si trova in controluce vicinissima a un chiarore intenso.
Questa somiglianza di forma potrebbe indicare una prossimità di sostanza: chi si consuma nel servire, fosse pure “lontano”, somiglia a Cristo, anche se non lo sa.
La silhouette del Signore che spezza il pane si staglia contro una vivida luce.
Rembrandt mostra Cristo nascondendolo. Lascia vedere che è proprio Lui e tuttavia lascia capire che la sua carne ha fatto il salto nell’immensità.
E al centro esatto del dipinto, Rembrandt, con un vero tocco da maestro, spalanca gli occhi di uno dei due discepoli, nel momento in cui i gesti dell’Eucaristia chiariscono che Dio ci ama fino a morire per noi. La verità viene fuori e arriva dentro:
è Lui! Un brivido attraversa da cima a fondo quei due testimoni.
E proprio in quell’istante, Lui sparisce dalla loro vista. Ma non si allontana.
Come in quella locanda, così adesso Lui è qui accanto, accanto a te che stai leggendo.
Allora le nostre vite sono piene di speranza.
