JAJO interpreta il ponte del Diavolo di Vulci: quinto appuntamento per il progetto Architettura&Moda by ES Immagine Blog

Nel mio girovagare curioso alla ricerca di location particolari mi sono imbattuta in una costruzione gotica, non proprio sconosciuta, ma sicuramente interessante ed ho deciso di interpretarla. Dopo vari sopralluoghi è stato Jajo a vestirmi per accompagnarvi alla scoperta di questa meraviglia.

Situato nel cuore più autentico della Maremma laziale, tra il profumo della macchia mediterranea e il silenzio antico della pietra, esiste un luogo capace di sospendere il tempo. A pochi chilometri da Canino, il Parco Archeologico Naturalistico di Vulci custodisce uno dei paesaggi più suggestivi dell’Alto Lazio: un intreccio perfetto di natura selvaggia, archeologia millenaria e racconti popolari che ancora oggi sembrano vivere tra le acque del Fiora.

Qui, immerso in uno scenario quasi fiabesco, appare il celebre Ponte del Diavolo di Vulci, simbolo enigmatico del parco e protagonista di storie che attraversano secoli e continenti.

Il ponte delle leggende

Come molti “Ponti del Diavolo” sparsi in Europa, anche quello di Vulci porta con sé un’aura misteriosa. Le antiche leggende narrano che opere tanto ardite, considerate impossibili per l’ingegneria dell’epoca, fossero state costruite grazie all’aiuto del demonio. In cambio? L’anima del primo essere vivente che avesse attraversato il ponte.

Ma il folklore popolare, si sa, ama l’astuzia più della paura. E così, anche qui, gli abitanti riuscirono a ingannare il Diavolo facendo passare per primo un animale, salvando il villaggio e lasciando al ponte il suo nome inquieto e affascinante.

Camminando oggi tra queste pietre antiche, il confine tra realtà e leggenda sembra dissolversi. Il grande arco in pietra attraversa il Fiume Fiora con una grazia sorprendente e il riflesso sull’acqua crea un effetto quasi perfettamente circolare, regalando al paesaggio un’atmosfera sospesa, quasi cinematografica.

Un paesaggio che parla al cuore

A rendere Vulci così speciale non è solo la sua storia, ma l’energia del luogo. Le pareti di tufo, la vegetazione rigogliosa, il suono dell’acqua che scorre lenta: tutto contribuisce a creare una dimensione intima e potente, dove la natura sembra custodire segreti antichi.

È uno di quei luoghi in cui ci si ferma senza accorgersene. Dove il tempo rallenta. Dove ogni scorcio invita a respirare più profondamente.

Il Castello dell’Abbadia: sentinella sul Fiora

A pochi passi dal ponte, arroccato su uno sperone di roccia a picco sul fiume, si erge il maestoso Castello dell’Abbadia. La sua presenza domina il paesaggio con eleganza severa.

Documentato già nel IX secolo e ampliato nel XII, il castello conserva ancora oggi la sua anima medievale: una pianta trapezoidale, torri difensive e possenti blocchi di pietra lavica scura che raccontano secoli di storia. Fortezza, presidio strategico, dogana dello Stato Pontificio: il castello ha attraversato epoche e trasformazioni senza perdere il suo fascino austero.

Anche l’età moderna ha lasciato qui le sue tracce. Nel 1808 il castello divenne proprietà di Lucien Bonaparte, mentre nel 1856 passò alla famiglia Famiglia Torlonia, che lo mantenne fino al 1960, anno in cui entrò a far parte del patrimonio dello Stato.

Un viaggio nell’anima etrusca

Oggi il castello ospita il Museo Archeologico Nazionale di Vulci, rinnovato nel 2016. Le sue sale raccontano la straordinaria storia dell’antica Vulci, una delle città più importanti dell’Etruria.

Tra reperti preziosi, necropoli e testimonianze millenarie, il visitatore compie un viaggio che attraversa i secoli: dalla nascita della città tra il IX e l’VIII secolo a.C. fino alla conquista romana del 280 a.C.

Vulci, un luogo da sentire prima ancora che visitare

Vulci non è soltanto una destinazione. È un’esperienza emotiva fatta di silenzi, pietra, acqua e memoria. Un luogo dove la storia non rimane chiusa nei libri, ma continua a vivere nei paesaggi, nelle leggende e nella luce dorata che accarezza il ponte al tramonto.

Per chi cerca angoli autentici, lontani dal turismo frenetico, Vulci rappresenta una scoperta capace di lasciare il segno. Un luogo dove natura, archeologia e mistero convivono ancora, in perfetto equilibrio.

Il “Biodesigner” Rosario Migliaccio/JAJO ha interpretato questa location con un vero e proprio abito da “castellana”. Presenta scollo a barca e tasche laterali è caratterizzato da maniche particolari e da un pannello centrale a contrasto. In questo capo si riconosce la firma stilistica di JAJO: l’incontro tra due tessuti completamente diversi, viscosa e tessuto tecnico.

“Ho accettato con entusiasmo di partecipare a questo progetto perché per me la moda è sempre stata anche un modo di raccontare idee e sensazioni. Quando l’abito esce dal contesto commerciale e entra in dialogo con l’arte, diventa qualcosa di ancora più libero. Questo progetto mi ha dato la possibilità di guardare al mio lavoro da un’altra prospettiva e di sperimentare senza limiti”.

Conosciamo meglio Rosario Migliaccio:

ha collaborato come freelance con diverse aziende del settore moda. Il suo spirito libero e la costante ricerca di nuove idee lo hanno portato ad affrontare esperienze diverse: designer di prêt-à-porter per la donna e per l’uomo, ricercatore di tendenze, docente presso IED.
Dopo oltre venticinque anni di lavoro nel settore, decide di intraprendere un nuovo percorso in cui convergono esperienze, ricordi e appunti di viaggio: nasce JAJO Made in Italy, una linea di abbigliamento e accessori in cui design e artigianato italiano dialogano in modo naturale.
I capi JAJO sono pensati per uomini e donne che cercano praticità senza rinunciare a un segno distintivo nel quotidiano.

Puoi trovare i pregiati capi firmati JAJO da Spazio Margutta

Stylist: Grazia Marino

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