Dal corpo al desiderio, dall’identità alla società: un viaggio attraverso cinque secoli d’arte per scoprire come il cibo racconti chi siamo, cosa proviamo e il mondo in cui viviamo.
Il cibo accomuna tutti noi, al di là delle differenze culturali, delle epoche e dei confini geografici: è nutrimento, piacere, condivisione, ma anche ricordo, identità, desiderio e, talvolta, potere. È il profumo di casa, il sapore dell’infanzia, il gesto d’amore di chi prepara un piatto per qualcuno. Ma può diventare anche una provocazione, una denuncia sociale, una riflessione sul corpo e sul rapporto con noi stessi.
È da questa straordinaria ricchezza di significati che nasce “Food. Il gusto nell’arte”, la nuova mostra che apre le porte al pubblico al Chiostro del Bramante di Roma, trasformando uno dei luoghi più affascinanti della Capitale in un viaggio emozionale attraverso il mondo del cibo e le sue molteplici interpretazioni artistiche.
Un’esposizione che invita a guardare oltre ciò che abbiamo nel piatto, per scoprire quanto l’alimentazione sia profondamente legata alla nostra storia personale e collettiva.
Con circa trent’anni di attività, quasi 60 esposizioni e un pubblico che, secondo i dati presentati, raggiunge tra 150.000 e 300.000 visitatori per singola mostra, il Chiostro del Bramante si conferma uno dei luoghi più dinamici del panorama culturale romano.
La sua forza risiede nella capacità di trasformare la visita in un’esperienza da vivere, non soltanto da osservare. Qui il pubblico è spesso invitato a entrare in relazione con le opere, a lasciarsi coinvolgere, a diventare parte integrante del percorso espositivo.
Anche “Food. Il gusto nell’arte” segue questa filosofia, proponendo un’esperienza capace di stimolare la curiosità, sorprendere e suscitare emozioni, coinvolgendo adulti e bambini in un dialogo continuo tra arte e vita quotidiana.
Sono circa 190 le opere esposte, realizzate da oltre 60 artisti internazionali. Dipinti, sculture, oggetti di arti applicate, documenti, video, installazioni ambientali e sonore compongono un percorso che attraversa cinque secoli di storia e culture differenti.
Tra i protagonisti figurano nomi di grande rilievo come Marina Abramović, David LaChapelle, Sophie Calle, Vanessa Beecroft, Bartolomeo Bimbi, Christian Berentz, Yinka Shonibare, Piero Gilardi, Carrie Mae Weems, Sam Taylor-Johnson, Daniel Spoerri ed Ernesto Neto.
Artisti diversi per linguaggi, sensibilità e visioni, accomunati dalla capacità di trasformare un gesto universale come il mangiare in una potente forma di espressione.
Come sottolinea la curatrice Suzanne Landau, il cibo diventa un vero linguaggio visivo attraverso cui raccontare identità, politica, status sociale, piaceri e tabù. Può rappresentare amore e fatica, memoria e desiderio, ma anche ribellione e denuncia.
Ed è proprio questa varietà di interpretazioni a rendere la mostra così attuale: perché parlare di cibo significa, inevitabilmente, parlare di noi.
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso sei sezioni: Il cibo attraversa il mondo; Il corpo e il cibo; Giocare con il cibo; Dalla natura morta alla tavola; Il cibo e l’ecologia; Il cibo e i ricordi.
Sei prospettive che si intrecciano, mettendo in dialogo opere di epoche lontane e creazioni contemporanee.
Il cibo diventa così una chiave di lettura per affrontare temi profondi: il rapporto con il corpo, il desiderio, le relazioni affettive, le disuguaglianze sociali, gli scambi globali e la sostenibilità ambientale.
Perché dietro ogni alimento si nascondono storie, tradizioni, gesti e scelte. E dietro ogni tavola possono emergere ricordi felici, distanze, differenze e nuove possibilità di incontro.
Dalla provocazione alla bellezza: Marina Abramović e David LaChapelle
Ad accogliere il visitatore è The Onion di Marina Abramović, una performance intensa nella quale l’artista mangia una cipolla cruda. Un gesto semplice, quotidiano, che si trasforma in un’esperienza carica di significati e invita a riflettere sul corpo, sulla vulnerabilità e sulla dimensione fisica ed emotiva dell’esistenza. Un video intenso che non lascia certo indifferenti.

In The Onion (1995) Marina Abramović mangia lentamente una cipolla cruda davanti alla telecamera. Morso dopo morso, il volto cambia, gli occhi si riempiono di lacrime, il corpo reagisce senza poter nascondere nulla. Mentre una voce fuori campo intreccia pensieri, desideri, stanchezze e paure, il gesto quotidiano del mangiare si trasforma in un’esperienza intensa e profondamente umana. La cipolla diventa una soglia da attraversare: ogni strato che si stacca sembra avvicinare l’artista a una verità più intima, dove il corpo e le emozioni non possono più essere separati.
La cipolla diventa cosi molto più di un alimento. Strato dopo strato, il gesto quotidiano del mangiare si trasforma in una metafora della vulnerabilità umana e della necessità di attraversare il disagio per arrivare a una forma di consapevolezza.
In Abramović il cibo non serve a nutrire il corpo, ma a renderne visibili le reazioni più autentiche, ricordandoci che conoscere il mondo significa anche accettare ciò che ci mette alla prova.
Il viaggio prosegue con l’universo visivo di David LaChapelle, artista capace di trasformare immagini e simboli della cultura contemporanea in composizioni spettacolari, ironiche e provocatorie. Opere come Leonardo DiCaprio: Unspoiled, Death by Hamburger e Beverly Hills offrono spunti per interrogarsi sul consumismo, sull’eccesso e sull’immaginario della società contemporanea.

Il cibo diventa un simbolo, una provocazione, uno specchio attraverso cui osservare le nostre abitudini e le contraddizioni del presente.
Un ampio spazio è dedicato alla natura morta, genere artistico che nel corso dei secoli ha trasformato frutta, verdura, fiori e alimenti in protagonisti di composizioni ricche di significati.
Tra gli artisti da scoprire spiccano Bartolomeo Bimbi e Mat Collishaw.
Se le opere di Bimbi testimoniano la ricchezza e la straordinaria varietà del mondo naturale, la serie Last Meal on Death Row di Collishaw ricostruisce gli ultimi pasti dei condannati a morte, utilizzando un’estetica che richiama le nature morte fiamminghe.
Il risultato è un contrasto potente tra bellezza formale e contenuto drammatico. Il cibo, da simbolo di abbondanza e piacere, diventa occasione di riflessione sulla vita, sulla morte e sulla dignità umana.
Il cibo è anche relazione. Ci sediamo a tavola per festeggiare, per ritrovarci, per condividere un momento importante. La cucina è spesso il cuore della casa, il luogo in cui si intrecciano storie familiari, abitudini e ruoli sociali.
Questa dimensione emerge con forza nella Kitchen Table Series di Carrie Mae Weems, che trasforma il tavolo della cucina in un palcoscenico della vita quotidiana, raccontando legami, emozioni e dinamiche familiari.

Con Semiotics of the Kitchen, Martha Rosler utilizza invece il linguaggio dei programmi televisivi di cucina per mettere in discussione gli stereotipi e i ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne.
Due interpretazioni diverse, ma unite dalla capacità di mostrare come un ambiente familiare possa diventare uno spazio di riflessione sull’identità, sulle relazioni e sulla società.
Due installazioni sorprendenti da vivere con tutti i sensi
Tra le esperienze più spettacolari della mostra ci sono due installazioni che promettono di conquistare grandi e piccoli, invitando il pubblico a entrare letteralmente nell’opera.
La prima è Sweet Memories di Simone Post, una casa golosa realizzata con marshmallow, capace di evocare un immaginario giocoso e sorprendente.

La seconda è Pasta Shell Grotto di Bompas & Parr, una grotta realizzata interamente con pasta, nella quale la materia alimentare diventa architettura e meraviglia.
Sono ambienti che invitano a riscoprire il piacere della scoperta, lasciando spazio allo stupore e alla fantasia. Qui l’arte supera i confini tradizionali dell’esposizione e coinvolge i sensi, trasformando la visita in un’esperienza da ricordare. Un modo originale per avvicinare anche i più piccoli al linguaggio artistico, attraverso la curiosità, il gioco e la partecipazione.
Il percorso si conclude con un cortometraggio che raccoglie alcune delle scene più celebri dedicate al cibo nella storia del cinema, evocando film senza tempo come Il pranzo di Babette e Chocolat.
Il cibo torna così a essere protagonista di storie, sentimenti e momenti capaci di lasciare un segno nella memoria.
Per chi desidera approfondire il legame tra arte e tradizione gastronomica, la mostra propone anche l’audioguida con “Il gusto di Roma”, un racconto originale realizzato da Giovanni De Stefano. La Capitale viene narrata attraverso le voci e le esperienze di chi il cibo lo cucina, restituendo il valore di una cultura gastronomica fatta di sapienza, gesti quotidiani e tradizioni tramandate nel tempo.
Un invito a scoprire Roma anche attraverso i suoi sapori e le persone che contribuiscono a mantenerli vivi.

Per secoli questi utensili hanno accompagnato la cucina delle corti, delle grandi case e delle pasticcerie. Realizzati soprattutto in rame, permettevano di creare dessert raffinati nei quali tecnica, precisione e decorazione erano inseparabili.
Ogni stampo custodisce il sapere di chi lo ha progettato e di chi lo ha utilizzato, testimoniando l’evoluzione del gusto e delle arti della tavola dal Seicento al Novecento.
Questi oggetti ricordano che la forma non appartiene soltanto all’arte. Anche in cucina modellare significa comunicare: un dolce può sorprendere, evocare la natura, celebrare un’occasione speciale o trasformare un semplice alimento in un’esperienza estetica. Prima ancora di essere mangiato, il cibo viene osservato.
Arte, educazione e sostenibilità: il cibo come responsabilità collettiva
“Food. Il gusto nell’arte” non è soltanto un’esperienza estetica, ma anche un’occasione di conoscenza e approfondimento. Il Dipartimento educativo del Chiostro del Bramante propone attività dedicate al rapporto tra arte, alimentazione e sostenibilità, aiutando il pubblico a comprendere quanto le nostre scelte quotidiane possano influire sul benessere individuale e sull’ambiente.
Importante anche la collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che arricchisce il percorso con contenuti scientifici dedicati all’alimentazione e alla nutrizione pediatrica, consultabili attraverso QR code.
La collaborazione con le Ville e Residenze Monumentali Fiorentine, la Villa medicea di Poggio a Caiano e il Museo della Natura Morta valorizza inoltre la storia artistica delle nature morte e ha reso possibile un importante intervento conservativo sulle cornici intagliate e dorate realizzate da Vittorio Crosten per i dipinti di Bartolomeo Bimbi.
Anche Coldiretti contribuisce al percorso, raccontando il valore della terra, della stagionalità, della biodiversità e del lavoro degli agricoltori nella tutela della salute e nella produzione di cibo sano.
A completare la rete di collaborazioni figurano la Fondazione Museo Archivio Richard Ginori della Manifattura di Doccia, Fondazione Brescia Musei, Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Galleria Borghese, Garum – Biblioteca e Museo della Cucina e Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Una rete di competenze e istituzioni che amplia lo sguardo sul cibo, collegando arte, scienza, storia, cultura e territorio.
Un viaggio che parla a tutti noi
Come sottolinea la Direzione DART – Chiostro del Bramante, il cibo è materia, gesto, sapere e cura. È nutrimento e salute, ma anche incontro, memoria, condivisione e affetto. È questa la vera anima della mostra: ricordarci che l’arte non è qualcosa di distante dalla nostra quotidianità, ma uno strumento capace di farci osservare la vita da nuove prospettive. Davanti a un’opera possiamo riconoscere un ricordo, ritrovare un’emozione, porci una domanda o scoprire qualcosa di inaspettato su noi stessi. E il cibo, con la sua forza universale, diventa il filo che unisce esperienze personali e storie collettive.
“Food. Il gusto nell’arte” è un invito a guardare, ascoltare, ricordare e lasciarsi sorprendere. Perché il cibo non nutre soltanto il corpo: racconta le nostre radici, custodisce le nostre emozioni e, attraverso l’arte, ci permette di riscoprire il significato più profondo dello stare insieme.
Una mostra da vivere con curiosità e sensibilità, lasciandosi guidare non soltanto dagli occhi, ma anche dai ricordi, dalle sensazioni e dalle emozioni che ogni opera è capace di suscitare.
vi ho incuriosito?






