Fashion Week Parigi: DIOR

Cosa ne penso io:
Ho visto la sfilata in streaming e ne sono rimasta abbagliata: finalmente il ritorno ad una moda femminile e senza troppi sfronzoli, portabile ( a parte il prezzo!), ma….in realtà il tutto sa di già visto. In particolare a Silos Armani a Milano che raccoglie gli abiti iconici dello stilista. Le creazioni presentate da Maria Grazia Chiuri sembravano provenire direttamente dal suddetto museo nel reparto anni “90! Non c’è in Dior una firma stilistica che renda il marchio riconoscibile come di fatto lo è anche per marchi minori. E le modelle? perchè così tremendamente tristi?

Penso che ci si possa impegnare di più!

Cosa dice DIOR:

Per Maria Grazia Chiuri ogni collezione di Haute Couture è esplorazione di quella complessità immaginativa di un abito costruito per un corpo. L’abito couture è una protesi che diventa corpo. Corpo vestito. Corpo casa. Corpo manifesto.

Joséphine Baker – cantante, ballerina afroamericana arrivata dall’America, a metà degli anni Venti, nella Parigi cosmopolita e mondana, meta e miraggio per artisti, scrittori, sarti, in fuga o alla ricerca di qualcosa – guida questa collezione. Icona glamour incarna la modernità di quegli anni, oltre gli stereotipi e i pregiudizi in quel mix di culture ed esperienze condivise che animava il mondo frenetico e folle del cabaret. Naturalizzata francese, acclamata in Europa, nel dopoguerra calca le scene dello Strand Theater e della Carnegie Hall a New York, vestendo la moda francese, tra cui Dior, a rivendicare carisma e successo.

Le immagini di Baker, energia stilizzata dal b/n, sorta di biografia “vestimentaria” (ballerina, performer, membro della resistenza francese, attivista per i diritti civili degli afroamericani, umanista e benefattrice) diventano traccia. Il confort e l’intimità di quella situazione di passaggio verso il palcoscenico che è il camerino, sono evocati da una serie di cappotti calco di quella vestaglia che cela e protegge. In velluto leggero, stropicciato e nervoso, oppure foderate in matelassé. Si aprono su sottovesti leggere, su un underwear, protagonista, in raso dai colori cipriati al nero, interpretazione contemporanea dei costumi anni Cinquanta.

Abiti che scivolano sul corpo e lo accarezzano. Sono in seta, sono in velluto, molti con quell’effetto stropicciato, da ritmo sincopato, che rende il tessuto vitale. Pantaloni ampi come le casacche in georgette. I ricami sono minuti. Piccolissime borchie argentate, paillettes minuscole, diventano distese che assorbono le luci del palcoscenico per rifletterle sul pubblico. Frange digradanti nell’argento e nell’oro accompagnano ed esaltano le coreografie dei movimenti del corpo. I tailleur, i cappotti sono nei tessuti maschili cari a Monsieur Dior. La lunghezza sempre sopra la caviglia, rivela scarpe dal tacco e dal basamento in evidenza.

Il set-up della sfilata dell’artista afroamericana Mickalene Thomas esalta quelle figure femminili nere o di etnia mista, come Joséphine Baker, che sono diventate modelli di riferimento, infrangendo le barriere razziali, andando controcorrente, e rivela il senso più profondo di questa collezione. Cambia la prospettiva dei capi couture, essenza della moda che può diventare gesto radicale di consapevolezza del proprio valore, della propria forza.

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