Segno, disegno e musica all’Istituto Culturale Slovacco

Onorata di far spesso parte dei pregiati ospiti che varcano le porte dell’Istituto Culturale Slovacco alla Farnesina giovedì ho partecipato ad una magnifica serata accolta dalla carissima Monica Carta e dalla Direttrice dell’istituto Slovacco in Italia Edita Filadelfiovà.

Tra linee che diventano memoria, tessuti che custodiscono storie e suoni elettronici che sembrano attraversare il tempo, l’Istituto Slovacco si è trasformato in uno spazio sospeso dove arte visiva e musica dialogano in modo sorprendentemente intimo.

La mostra Disegno come spazio di ricerca II. : Serie non è soltanto un’esposizione: è un viaggio dentro il gesto creativo. Un invito a rallentare, osservare e lasciarsi attraversare da dettagli che, nella loro ripetizione, diventano emozione pura.

Curata da Ján Kralovič, la collettiva riunisce artiste e artisti legati al Dipartimento di Disegno dell’Accademia di Belle Arti di Bratislava: Emöke Vargová, Marek Kvetan, Pavol Truben, Martin Derner, Martin Schwarz, Stanislav Bubán e Žofia Dubová.

Il filo rosso della mostra è la serialità: ripetere per trasformare, replicare per scoprire nuove sfumature, tornare sullo stesso segno per comprenderlo davvero. E proprio nella ripetizione nasce qualcosa di profondamente umano.

Ci sono le giacche recuperate e ricamate di Emöke Vargová, dove il disegno affiora come un ricordo cucito sulla pelle del tempo.

Ci sono le mani tracciate da Marek Kvetan, essenziali e poetiche, simboli di contatto e presenza. L’artista sarà questa settimana a Singapore per una performance incredibile in cui sarà protagonista con particolari effetti di luce.

E poi le opere di Pavol Truben, dove il trofeo di Wimbledon si dissolve in contorni sfumati, quasi a suggerire quanto il successo – nello sport come nell’arte – sia fragile e mutevole.

Ogni stanza racconta una tensione continua tra armonia e dissonanza, tra geometria e istinto, tra materia e gesto. Le texture di Žofia Dubová sembrano respirare, mentre le figure di Stanislav Bubán evocano antichi racconti mediterranei, sospesi tra mito e contemporaneità.

Ma ciò che rende davvero speciale questa esperienza è l’incontro con la musica di Stroon, pseudonimo di Dalibor Kocian. Le sue composizioni elettroacustiche non accompagnano semplicemente la mostra: la espandono. Minimalismo, distorsioni, strutture ritmiche e melodie elettroniche costruiscono un paesaggio sonoro immersivo che cambia insieme allo spazio, al pubblico, al momento.

Entrare qui significa concedersi una pausa dal rumore quotidiano. Significa osservare come un semplice segno possa trasformarsi in linguaggio, memoria, atmosfera.

In un’epoca dominata dalla velocità, Disegno come spazio di ricerca II. : Serie ricorda la bellezza della lentezza creativa: quella fatta di mani, tracce, ripetizioni e silenzi. E forse è proprio questo il vero lusso contemporaneo.

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