L’Immagine secondo: Danilo Giannoni*

Sono un artista ed orafo italiano che ha abitato per molti anni a New York e a Istanbul per poi stabilirsi a Hong Kong. E’ la mia cultura europea che mi ha  portato a legare la tradizionale tecnica orientale che utilizza – la pittura Ebru – a una concezione artistica di ricerca di matrice occidentale. Questa fusione crea un lavoro basato su dei codici e su un linguaggio universalmente riconoscibile, un’espressione concretamente internazionale, dove comunque si avvertono forti le basi e i caratteri dell’arte informale. Questa, si era sviluppata nel mondo West degli Stati Uniti e soprattutto di un’Europa che aveva deciso di liberarsi della forma e della figura come metodo di riscatto dagli orrori dei conflitti mondiali. L’arte informale doveva in qualche modo lavare e pulire via una razionalità incombente che era diventata così cinica da scatenare le guerre e tutte le drammatiche conseguenze che ne derivano e che conosciamo. Così, gli artisti dell’epoca, predicando una sorta di azzeramento di forme e pensieri, riportavano a una condizione originaria dell’uomo, un campo aperto, una mentalità sgombra, dove l’umanità poteva ricostruirsi in modo ideale. La mia più grande aspirazione è avvenuta leggendo un testo di Jackson Pollock: “I gesti che si riflettevano sulla tela erano gesti di liberazione dai valori politici, estetici e morali”.

Per porsi correttamente davanti a un’opera informale propriamente detta non servono conoscenze pregresse o spiegazioni particolari, ci si muove sul terreno astratto delle sensazioni, volumi emotivi che non riportano nessuna idea e nessun concetto e che, dunque, non vanno sottoposti a una vera e propria lettura, ma solo all’osservazione e al fluire di sentimenti.

Non è importante tanto quello che si capisce, quanto quello che si avverte. In più la materia, il gesto, la gestione dell’opera non sono funzionali alla trasmissione di un concetto, ma costituiscono il vero punto focale del lavoro. L’istinto prende il posto della ragione, e tramite le componenti umane più pure e meno sofisticate si lava l’immagine del mondo, l’immagine dell’uomo, l’immagine dell’arte.  Io smetto di pensare e comincio ad agire, in cui l’opera non viene studiata e pensata a priori, ma realizzata di getto, in modo spontaneo e incondizionato  affidandomi completamente alla collaborazione tra una sorta di intelligenza insita nella materia e all’impulso.

Il mio lavoro  fa un passo indietro nella storia del mondo e trasla le sue origini occidentali nel mondo orientale, dove circa 3000 anni fa è nata la tecnica Ebru, molto probabilmente in Iran e in India per poi espandersi nei Paesi Arabi, tra cui la Turchia dove oggi è molto diffusa. Attraverso un’acqua resa più densa e vischiosa dalla presenza di elementi liquidi insolubili tra loro, il colore steso dagli artisti che praticano l’Ebru resta a galla e può essere in una certa misura governato fino ad assumere una forma che resta poi stampata da un foglio di carta che viene delicatamente appoggiato sull’acqua e intriso dei pigmenti. L’effetto incredibilmente delicato, dall’aspetto prezioso, fecero diventare le carte Ebru un prezioso regalo che veniva offerto agli imperatori e alle famiglie reali, mentre la loro leggerezza determinò il nome di “Ebru” che in turco vuol dire “nuvole”. Nel pensiero turco, questo tipo di pittura è oltretutto una forma di meditazione sufista, ovvero della ricerca interiore e della più profonda filosofia del mondo islamico. Il processo di creazione dell’Ebru, che avviene negli spazi limitati della vasca dove è posta l’acqua che sarà guidata dall’artista è, secondo i sufi, un esempio e una metafora delle dinamiche dell’universo. Riportando la loro credenza che Dio abbia creato il mondo come uno specchio d’acqua in cui riflettersi, vedono nell’Ebru una forma creativa in cui l’artista riporta la propria parte più intima, molte volte in modo inconsapevole, secondo un flusso di movimenti e di colori non razionale, in parte aiutato e deciso dall’acqua e dall’intelligenza propria di questa materia sacra. L’acqua diventa quindi co-autore determinante, imprevedibile e incontrollabile che rende impossibile la ripetizione esatta di un’opera. i lavori di Danilo Giannoni sono uno e moltitudine allo stesso tempo, contengono un dinamismo immortalato sulla carta eppure ancora attivo, sono opere d’arte contemporaneamente solide e liquide.

Ho talmente tanto rispetto per la materia da lasciare che l’acqua e il colore esprimano la loro natura appieno, collaborando con lui e non solo ubbidendogli. Guido, dirigo, supervisiono un incontro che alla fine risulta sempre spontaneo, unico, irrepetibile. Neanche io potrei copiare me stesso, perchè  lavoro insieme alla vita, alla materia, insieme al mondo. Io parto da una tecnica che mescola filosofia e manualità per arrivare a una sintesi tra i mondi che ho vissuto e gli spazi che ho percorso, in senso fisico e soprattutto spirituale.

Recuperando una tecnica profonda nel tempo, evocando attraverso il mio percorso di formazione estetica e di vita l’antica via della seta, con le mie opere opero sul  recupero in senso estetico e mitologico della ricchezza trasversalmente propria delle culture lontane che mi appartengono.

“Io sono la pioggia di colori che con l’aiuto del vento e del movimento dell’acqua crea questi mondi: ognuno di questi si muove, evolve, lotta, fino alla conquista del Caos. Forse l’ispirazione principale è sempre e solo stata la vita, cercare di riprodurre la creazione di un mondo con tutti i suoi tormenti, sviluppi, fallimenti, successi e paure”. (Danilo Giannoni)

* Artista e orafo

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